La discesa negli inferi del lavoratore contemporaneo

Nei precedenti articoli abbiamo già descritto un nuovo potere che, affermatosi nella società contemporanea, è ormai in grado di controllarci attraverso una latente e subdola capillarità. Agendo “dal basso” (al contrario dei passati modus operandi), questo potere ha cambiato (e continua a stravolgere) la fisionomia della società, creando una prigione attraverso la quale tutti sono osservati e controllati, senza apparente possibilità di accorgersene. Un esempio tangibile dei meccanismi di funzionamento di questo potere, oltre al Social Credit System (di cui abbiamo precedentemente parlato), è ravvisabile all’interno del mondo lavorativo.

Il controllo della produttività dei dipendenti all’interno del posto di lavoro è strettamente connesso all’evoluzione tecnologica. Se negli anni ’70 e ’80 il controllo veniva effettuato principalmente attraverso telecamere, allestite in ogni angolo della fabbrica e sovente, segretamente, anche in postazioni normalmente vietate (determinando anche una sorveglianza occulta), attualmente vengono utilizzati strumenti tecnologici più avanzati, in grado di consentire un controllo minuzioso della produttività di ogni singolo lavoratore. Infatti, dalle telecamere a circuito chiuso (che riprendevano in tempo reale non memorizzando i dati registrati, o, al massimo conservandoli per poche ore), si passò (quasi immediatamente) a mezzi sempre più sofisticati di controllo, in grado di custodire più informazioni e, soprattutto, per lungo tempo: alla fine degli anni ’80, alle telecamere si affiancarono tecnologie in grado di controllare, ad esempio, i telefoni aziendali o i chilometraggi delle vetture utilizzate dai dipendenti. Inoltre, negli anni Novanta si aggiunsero operazioni di controllo sui computer concessi in uso ai dipendenti, sui telefoni cellulari e successivamente sul traffico di rete.

Da un sistema di controllo di tipo orwelliano, pervasivo, ma anche facile da individuare e contrastare, si è progressivamente passati ad un sistema di controllo che potremmo definire “kafkiano”: oscuro, latente, labirintico e, quindi, molto più problematico.

Chiaro esempio di questa tendenza al controllo, sempre maggiore e soffocante nei confronti dei dipendenti, può essere considerato il braccialetto elettronico brevettato da Amazon nel 2018. Tale notizia, lo scorso anno, suscitò enormi polemiche in tutto il mondo. Si trattava di un braccialetto in grado di monitorare la posizione delle mani del dipendente e guidarlo, vibrando, se la posizione assunta non fosse stata quella giusta. Tale braccialetto avrebbe consentito un ulteriore aumento delle capacità di controllo dell’azienda sui lavoratori, oltre che un incremento della velocità di produzione. Il tutto compromettendo, tuttavia, la libertà e la dignità del singolo lavoratore. 

D’altro canto, l’azienda di commercio elettronico fondata a Seattle nel 1994 da Jeff Bezos (attualmente la persona più ricca del mondo, con un patrimonio di 131 miliardi di dollari), era già stata al centro di forti polemiche nel 2013, dopo la pubblicazione del libro-inchiesta En Amazonie” del giornalista francese Jean-Baptiste Malet (all’epoca appena ventisettenne).

L’autore, nel novembre del 2012, era riuscito a intrufolarsi nei depositi Amazon grazie ad un agenzia di lavoro, che lo aveva assunto per il periodo natalizio. Si trattò di un’esperienza di tre mesi, che gli consentì di osservare e vivere sulla sua pelle tutto ciò a cui erano sottoposti da anni i dipendenti Amazon e, successivamente, raccontarlo attraverso il suo libro. È necessario ricordare che l’azienda Amazon si è da sempre rifiutata di rispondere alle domande dei giornalisti riguardo le condizioni di lavoro dei dipendenti e, gli stessi operai, come sottolineato da Malet, sono molto restii nel parlare della loro quotidianità lavorativa. Dunque, prima dell’inchiesta del giornalista francese, le condizioni di lavoro all’interno dell’azienda non erano note alla maggior parte delle persone: un po’ come se si trattasse di un mondo che, volontariamente, si voleva mantenere chiuso e poco conosciuto.

Jean-Baptiste, assunto come “picker” (magazziniere), all’interno del suo libro descrive un ambiente di lavoro degradante: pause pranzo cronometrate (6 minuti netti), un’organizzazione interna che finisce per esasperare la competitività tra gli stessi lavoratori, la musica hard-rock in sottofondo al fine di aumentare la produttività, il freddo per mantenere reattivi i dipendenti e gli oltre venti chilometri percorsi dai lavoratori in ogni turno. Il lavoro di Malet, infatti, consisteva nel recuperare le merci sugli scaffali e portarle ad un collega che, in un secondo momento, le avrebbe confezionate. Come raccontato nel libro, era costretto a rimanere in piedi per l’intero turno lavorativo. Inoltre, lo scanner-lettore di codici a barre, che permetteva di identificare le merci, era geolocalizabile, così che il caporeparto avesse la possibilità di controllare costantemente il tasso di produttività dei singoli dipendenti. È chiaro che un sistema di controllo così pervasivo provoca inevitabilmente un forte aumento di stress nei dipendenti che vivono una situazione di ansia perenne dal momento che ogni piccolo ritardo o esitazione sarebbe potuto sfociare nel rischio di licenziamento.

A questo punto, appare paradossale anche il motto dell’azienda (stampato sulle maglie indossate dai dipendenti): Work hard, have fun, make history (lavora sodo, divertiti e fai la storia); così come le serate aziendali al bowling, la cioccolata calda offerta all’uscita dal lavoro, l’entusiasmo forzato, gli applausi con cui viene accolto ogni nuovo dipendente ed i record di produttività da superare ogni giorno. Si tratta di un sistema che, solo apparentemente e forzatamente, si mostra funzionante e sereno, ma che, nella realtà dei fatti, provoca nei lavoratori una situazione di ansia generalizzata, che li rende incapaci di mantenere una vita sociale al di fuori dell’azienda. La vita personale finisce per coincidere con quella lavorativa e, nella mente dei dipendenti, si crea un’ideologia del lavoro che lenisce ogni altro aspetto quotidiano.

Amazon è solo un esempio tra i tanti, la punta dell’iceberg di un sistema di organizzazione del lavoro che è ormai comune a molte multinazionali, per le quali l’aumento del tasso di produttività diventa il fine principale che giustifica tutti i mezzi possibili, anche quello della dignità umana.

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«Lavorare per Amazon è lavorare in squadra anche se non hai il diritto di parlare con chi ti sta accanto, anche se non hai possibilità di farlo nemmeno nelle brevissime pause. Ma una volta finito il turno, anche se pensi che Amazon ti stia sfruttando, condividere un momento di convivialità coi colleghi è qualcosa di profondamente umano. In Amazon, quell'”have fun” diventa un aspetto fondamentale, una specie di ossigeno sociale senza il quale la realtà del lavoro potrebbe mostrarsi sotto la sua vera luce: uno sfruttamento esemplare in cui giovani operai ridotti allo stato di robot ebeti devono lavorare senza sosta per un salario da miseria».

Jean-Baptiste Malet

La situazione descritta all’interno di En Amazonie” (che paradossalmente è stato venduto principalmente proprio attraverso la piattaforma Amazon) non può non far venire in mente il sistema della catena di montaggio: un processo di assemblaggio utilizzato nelle industrie nei primi anni del ‘900, immortalato dal celebre film di Charlie Chaplin Tempi moderni” (1936).

Una scena tratta da “Tempi Moderni” di Chaplin

Ora come allora, uomini e donne sono costretti, per vivere, a lavorare in condizioni degradanti ed in contesti nei quali vengono reificati, resi un semplice ingranaggio all’interno di un meccanismo molto più grande, di cui difficilmente hanno conoscenza e consapevolezza. È l’alienazione che colpisce l’uomo moderno e contemporaneo, estraniato a se stesso, che finisce per identificarsi con gli strumenti di lavoro che utilizza ogni giorno. L’essere umano (ormai ridotto a mera figura di “lavoratore”), viene privato, ogni giorno, della sua creatività: lo sviluppo mentale viene separato da quello fisico. Egli diviene una mera macchina, ridotto a frammento di essere umano.

È l’alienazione a cui fa riferimento, fra gli altri, Marx, nel suo celebre Il Capitale”:

«Il lavoro è estraneo all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma, ma si nega, non si sente soddisfatto, ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito».

La personalità lentamente muore. E’ una discesa negli inferi, lenta ma inesorabile.

Prix
(ph: #Pio)

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