Il corpo femminile come oggetto

Ci sono narrazioni che durano da secoli, creano stereotipi e modelli ancorati in ogni singolo individuo. L’agire sociale, spesso, è influenzato da pratiche comportamentali che si tramandano nel corso del tempo.

“Ius utendi et abutendi”

Diritto di usare e di consumare, una locuzione latina diventata un macigno culturale in questi secoli. In tutte le società, dalle prime civiltà fino ad arrivare a quelle contemporanee, la maggior parte degli esseri umani ha vissuto e vive tutt’ora seguendo questa dottrina: produci, compra e consuma. Il diritto di proprietà sembra inalienabile ma, in realtà, cosa o chi si possiede?
La schiavitù e lo sfruttamento, le discriminazioni religiose, linguistiche e razziali e le disparità di genere rappresentano, ancora oggi, delle barriere forti che vincolano la vita di molti esseri umani. La formazione culturale e sociale inizia quando si è bambini: osservando il comportamento dei genitori, il bambino assorbe ruoli ed atteggiamenti che lo orienteranno e guideranno nel mondo. Tramite il processo di socializzazione, viene tramandato alle future generazioni il bagaglio culturale precedente, influenzato e trasmesso attraverso le istituzioni. Per molti secoli, ad esempio, la religione ha dominato sul patrimonio culturale essendo stata l’unica agenzia di socializzazione, cioè l’unica a trasmettere saperi e disciplina. L’élite religiosa è stata gestita, fin dai tempi dei Sumeri e dei Greci, esclusivamente da uomini. Persino nell’antica civiltà greca, la donna non godeva infatti di diritti politici e la sua vita era relegata all’interno dell’òikos (οἶκος), la casa. Per una donna le uscite in pubblico erano molto rare ed il suo unico valore sociale era ricondotto alla procreazione. Il matrimonio era deciso e combinato dagli uomini per interessi economici e sociali e la donna, trattata come un bene materiale, passava dalle mani del padre a quelle del marito. La personalità femminile era continuamente mediata e decisa da quella maschile. L’uomo, ad esempio, poteva commettere adulterio con altre donne. Al contrario, la donna era punita in modo molto severo. Avere tante donne, come possedere tanto oro, per un uomo significava raggiungere il successo, abituato fin da bambino a considerare il ruolo della donna nella società come un oggetto.

Il poeta greco Esiodo, intorno al 750 aC, raccontò della prima donna terrestre arrivata sul pianeta: Pandora, creata direttamente da Zeus (re degli dei) per punire tutti gli esseri umani. A Pandora, secondo la mitologia, fu assegnato il compito di custodire e proteggere un vaso contenente tutti i mali mortali. Tuttavia, lei lo aprì, mettendo fine alla pace tra gli uomini.
L’immaginario di Pandora (e della donna) come punizione divina era, come tanti altri racconti, un oggetto culturale ricorrente in molte dottrine, tramandato per secoli nel mondo sociale. D’altronde, anche nella religione cattolica possiamo ritrovare rappresentazioni di donne “peccatrici”: Eva, considerata dai cristiani come la prima donna creata da Dio, commise il primo peccato terrestre. In contrapposizione, l’unica rappresentazione cristiana accettata di donna è dipinta come “vergine”, “casta” e “pura” come Maria, la “vergine madre di Gesù”. Due stereotipi che viaggiano nel tempo in modo parallelo, con la normalizzazione d’uso del concetto dispregiativo della “puttana”, cioè una donna definita volgare e di “facili costumi”, o, al contrario, con il modello della “verginella”.
Possono sembrare narrazioni lontane ma, nella realtà, fino agli anni ’90 del XX secolo, in tutte le società la figura della donna è stata subordinata a quella maschile, che intanto si è evoluta nella figura contemporanea dell’uomo d’affari e manageriale.
In Italia, fino il 1981 si è tutelato il “delitto d’onore”: un’attenuante concessa esclusivamente agli uomini (visti come capi di famiglia), in caso di omicidio della coniuge (o di una familiare), quando questo era “motivato” da gelosia, infedeltà coniugale o, genericamente, disonore della reputazione familiare. L’art. 587 del codice penale sanciva una vera e propria riduzione della pena per l’uccisione della propria moglie, figlia o sorella, in caso di “un’illegittima relazione carnale”. Inoltre, sempre fino al 1981, sempre in Italia vigeva il “matrimonio riparatore”: quando un uomo commetteva stupro nei confronti di una donna nubile, poteva evitare il processo chiedendo in moglie la donna che aveva subito la violenza, con l’approvazione della famiglia della stessa vittima, che accettava per “evitare il disonore”. Il carnefice diventava il marito della vittima, in un sistema istituzionale che ha socializzato i propri cittadini ad interiorizzare pratiche sociali di prevaricazione e violenza nei confronti femminili. In alcune nazioni, ancora oggi la tortura nei confronti delle donne viene legittimata dai regimi. Ad esempio, il rapporto sulle Americhe di Amnesty International del 2019 dichiara:

“Nella Repubblica Dominicana la polizia ha continuato a stuprare e umiliare le lavoratrici del sesso con modalità equiparabili alla tortura. Ben pochi progressi sono stati fatti dal punto di vista dei diritti sessuali e riproduttivi. Le autorità di El Salvador hanno proseguito a criminalizzare le donne e le ragazze che hanno dovuto fare ricorso a interventi ostetrici di emergenza, soprattutto quelle provenienti da ambienti svantaggiati, attraverso il divieto totale di abortire. In Argentina, è stato registrato un parto ogni tre ore di bambine di età inferiore ai 15 anni, la maggior parte delle quali a seguito di gravidanze forzate causate dalla violenza sessuale.”

Argentina, Maggio 2018

Uno stereotipo può radicarsi nell’individuo e diventare parte di una cultura, perché condiviso e accettato dalla società. Il corpo della donna, la sua vita privata e la sua professione sono vincolati dalla cultura maschile. In una ricerca del 2018, l’ISTAT ha analizzato gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale, dimostrando che quelli più comuni sono:

  • “Per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro.” (32,5%)
  • “Gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche.” (31,5%)
  • “E’ l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia.” (27,9%)

Alla domanda sul perché alcuni uomini siano violenti con le proprie compagne/mogli, il 77,7% degli intervistati risponde: “perché le donne sono considerate oggetti di proprietà” (84,9% donne e 70,4% uomini).

Nonostante siano nati molti movimenti femministi nel corso della storia, che hanno col tempo portato ad includere la donna nella vita politica, sociale ed economica, ancora oggi risultano evidenti disparità tra i due generi. Secondo il Gender Gap Report 2019, realizzato dall‘Osservatorio JobPricing in collaborazione con Spring Professional, la differenza salariale in Italia tra un uomo ed una donna si aggira intorno ai 2.700 euro lordi, pari al 10% in più a favore del collega uomo.
La socializzazione patriarcale, guidata dal padre di famiglia, ha influenzato l’intero modello comunicativo. Per anni le TV italiane (e non solo) sono state inondate da figure femminili poste “un passo indietro” rispetto al conduttore, l’uomo con il colletto bianco. Due modelli che hanno creato un immaginario comune, percepito da diverse generazioni.

La prima puntata di “Striscia La Notizia” – 1988

Uomini di successo vengono affiancati da donne assunte unicamente per il loro valore estetico. Sorriso, sguardo attraente, perfezione estetica e sensualità erano le uniche prerogative richieste ad una donna per entrare nel mondo dello spettacolo. Le rughe vengono nascoste e le donne competono tra loro per esaltare un’estetica dominante. Sono corpi svuotati da ogni contenuto: l’aspetto estetico viene considerato un “valore sociale” ed una ragazza viene socializzata fin da subito a misurare la propria autostima in base al suo aspetto fisico.
Negli anni ’70, spinti dai movimenti femministi, si svilupparono molti Studi di genere. Tra questi, la Gender Theory concepiva per la prima volta la sessualità come socialmente costruita. Il sociologo Erving Goffman, sempre in quel periodo, analizzò circa 500 riviste pubblicitarie occidentali, dimostrando alcune caratteristiche comuni. Le modalità di rappresentazione della donna e dell’uomo risultarono differenti: la figura femminile sembrava dolce, fragile, gentile e sottomessa, al contrario di quella maschile, raffigurata virile, forte e sicura di sé.
La comunicazione mediatica ha oggettivizzato ed oggettivizza il valore sociale femminile con l’apparenza fisica, influenzando molte donne nella loro percezione di sé stesse. Nel 2009, Lorella Zanardo, nel suo libro (e successivo documentario omonimo) intitolato “Il corpo delle donne”, analizza la rappresentazione costruita ed innaturale della femminilità durante i palinsesti berlusconiani.

Riprendendo le parole della scrittrice:

“Siamo partiti da un’urgenza: la constatazione che le donne, le donne vere, stiano scomparendo dalla tv e che siano state sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante. La perdita ci è parsa enorme: la cancellazione dell’identità delle donne sta avvenendo sotto lo sguardo di tutti, ma senza che vi sia un’adeguata reazione, nemmeno da parte delle donne medesime.”

Nina Moric appesa come un prosciutto durante la trasmissione “Scherzi a Parte” – 2001

Una donna arriva a percepire il suo aspetto esteriore in base a ciò che il contesto sociale definisce “sexy” per un maschio eterosessuale. Infatti, la teoria dell’oggettificazione ipotizza che la percezione della donna sia influenzata, in entrambi i generi, dalla continua esposizione del corpo femminile come oggetto adibito all’uso sessuale altrui, piuttosto che come individuo capace di prendere iniziative autonome. Di conseguenza, la donna arriva a considerare la sua esteriorità come caratteristica principale per il proprio self, in competizione con le rappresentazioni sessualizzate diffuse nei media.

In uno studio pubblicato dalla rivista Psychology of Women Quarterly è emerso che l’auto-oggettificazione si concretizza soprattutto con la lettura di alcune riviste e, ovviamente, con i social network. Secondo la ricerca, le donne trascorrono su Facebook circa due ore al giorno, confrontando fotografie altrui con le proprie. La donna, nella costruzione mediatica, scompare come soggetto: si annullano i suoi desideri e, spesso, il suo aspetto fisico viene associato ad oggetti inanimati, riducendo la sua identità a porzioni di corpo.

L’essere continuamente esposti ad un ideale femminile così limitato può ridurre il livello di empatia che un uomo ha nei confronti della donna, identificata come “donna-oggetto”. Le pratiche di disumanizzazione e reificazione perpetuate nelle società patriarcali hanno provocato una diffusa riduzione di empatia nei confronti del genere femminile e, difatti, la violenza sulle donne non si è mai arrestata.

Violenze, stupri e femminicidi mantengono una costanza nel tempo e in tutte le società. Negli anni ’90, in Italia è emersa l’esigenza di identificare gli omicidi nei confronti delle donne con il termine femminicidio: uccisione, annientamento fisico e morale della donna e del suo ruolo sociale. Le privazioni imposte per secoli alle donne hanno portato ad un femminicidio prolungato nel tempo che, per la maggior parte dei casi, avviene nelle mura domestiche.

“Delle 133 donne uccise nel 2018, l’81,2% è stata uccisa da una persona conosciuta. In particolare, nel 54,9% dei casi dal partner attuale o dal precedente (dal partner attuale 47,4%, corrispondente a 63 donne, dal partner precedente 7,5%, pari a 10 donne), nel 24,8% dei casi (33 donne) da un familiare (inclusi i figli e i genitori) e nell’1,5% dei casi da un’altra persona che conosceva.”

(ISTAT, 2018)

I recenti movimenti femministi di tutto il mondo lottano, sfidando anche le autorità vigenti, per una parità tra i generi ed una stessa dignità, ma sono ancora contenuti e limitati dalla gabbia patriarcale. Ci sono rare testimonianze di società differenti, ma che rappresentano una speranza per le generazioni future. L’antica civiltà megalitica del Neolitico era incentrata sulle donne e anche in tempi recenti ci sono degli esempi. Fra questi, l’antropologa Peggy Reeves Sanday, in un suo recente studio, ha analizzato la popolazione Minangkabau del Sumatra, riscontrando in questa comunità alcuni valori principali come la cura, l’empatia ed una paternità sociale e collettiva: i mariti vivono nel villaggio materno, dove si occupano dei nipoti e dei campi. La cura della “casa” e dei figli è quindi riservata anche al genere maschile, facendo emergere ruoli sociali nascosti nella maggior parte delle altre culture. I rappresentanti, nelle assemblee pubbliche, sono ovviamente sia uomini che donne e la vendita di oggetti è sostituita dallo scambio, annullando la proprietà privata. Nella società Minangkabau non c’è un ribaltamento dei ruoli, ma una pari considerazione, dignità e libertà sociale di entrambi i generi.

Da terre e tempi lontani arrivano narrazioni diverse, dimostrando che alcune caratteristiche considerate “naturali” siano costruzioni sociali che possono annullare la reale libertà di ogni singolo individuo. La diffusione di altri modelli, con il passare del tempo, potrebbe quindi cambiare la narrazione dominante, permettendo la costruzione collettiva di una nuova società.

McMay
(artwork: Brindisi)

 

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