COVID19: emergenza annunciata

Il Covid19, conosciuto ai più come coronavirus, è al centro dell’attenzione di tutto il mondo. Ceppo tipico dei pipistrelli, secondo le attuali fonti ufficiali ha compiuto il “salto di specie” in Cina e si è diffuso a macchia d’olio in tutto il globo, trovando nell’essere umano terreno fertile per il contagio. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato lo stato di pandemia mondiale, per la prima volta a partire dalla pubblicazione delle linee guida aggiornate per le pandemie del 2009. In Italia, attualmente, vige uno stato d’emergenza eccezionale: la quarantena è diventata obbligatoria per tutti i cittadini, i contagi sono superiori a quarantunomila e gli ospedali sono in crisi, con gravi mancanze di posti letto e personale. Fenomeni come questo non possono che generare degli sconvolgimenti importanti, sia tecnici che sociali. Tuttavia, prima di arrivare all’analisi del tessuto collettivo, è necessario fare il punto della situazione italiana a livello sanitario, per comprendere meglio l’entità della crisi.

La sanità italiana prima del coronavirus

37 miliardi di euro tagliati in dieci anni. Centomila tra infermieri e medici mancanti all’appello. 759 reparti ospedalieri soppressi tra il 2012 e il 2017. 3,2 posti ospedalieri per ogni mille abitanti. Questi sono solo alcuni dei numeri che rivelano la crisi strutturale del Servizio Sanitario Nazionale italiano, oggi impegnato a fronteggiare la grave emergenza rappresentata dalla diffusione del Coronavirus sul territorio nazionale. Gli operatori sanitari si trovano ora ad affrontare una crisi senza precedenti, tuttavia i mezzi a disposizione sono scarsi, le risorse ancora meno.

Area di triage davanti al Policlinico di Milano

Negli ultimi vent’anni, in Italia, i posti letto ospedalieri sono diminuiti drasticamente, passando dai 350mila del 1997 ai 200mila del 2017: 70mila di questi sono stati eliminati solo nell’ultimo decennio. Questa drastica politica di riduzione delle risorse ha causato, nel corso del tempo, la chiusura dei centri ospedalieri più piccoli, che in questo periodo sarebbero stati indispensabili, ad esempio, per isolare i casi infetti. L’Italia, attualmente, impiega il 20% di risorse in meno rispetto al Regno Unito e il 45% in meno rispetto alla Germania per la spesa sanitaria, costituendo il penultimo paese in Europa per investimenti.

Il SSN ha, principalmente, quattro fonti di finanziamento: le entrate dirette (rappresentate, ad esempio, dai ticket pagati alle aziende ospedaliere), le fiscalità regionali (imposte come l’IRPEF), i contributi d’imposta provenienti dalle regioni a statuto speciale e i finanziamenti statali. Tutte queste fonti di finanziamento sono state ridotte, dal 1997 ad oggi, per realizzare misure puramente elettorali, come ad esempio il Reddito di Cittadinanza e la Quota 100: il Sistema Sanitario Nazionale ha rappresentato, soprattutto negli ultimi anni, una sorta di “bancomat” a disposizione dei politicanti di turno, da cui attingere nei momenti di bisogno.

Tra il 2010 e il 2019 sono stati sottratti al SSN oltre 37 miliardi di euro: 25 miliardi nel quinquennio 2010-2015 sotto forma di “tagli” inseriti nelle manovre finanziarie e 12 miliardi tra il 2015 e il 2019 tramite il “definanziamento”, con conseguente mancanza di risorse rispetto al livello idoneo per affrontare il minimo delle spese sanitarie. L’emergenza del SSN è seguita al periodo di crisi economica (dal 2008 in poi), durante il quale il finanziamento pubblico è diminuito drasticamente. Questa riduzione non è altro che la conseguenza di determinate politiche che, negli ultimi dieci anni in particolare, hanno determinato una diminuzione drammatica della spesa sanitaria. Citando il rapporto GIMBE:

“Nel decennio 2010-2019, il finanziamento pubblico del SSN è aumentato complessivamente di €8,8 miliardi, crescendo in media dello 0,9% annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua pari a 1,07%: in altre parole, l’incremento del FSN nell’ultimo decennio non è stato neppure sufficiente a mantenere il potere di acquisto.”

L’emergenza attuale

Il 16 Marzo il governo Conte ha dato il via libera per il decreto “Cura Italia”, nel quale è previsto lo stanziamento di 25 miliardi di euro per l’emergenza Covid19. Ma i vizi del passato non possono essere colmati in una volta sola. Quali sono le principali conseguenze di quei tagli?
Le forti criticità emergono soprattutto in momenti come questo: le terapie intensive e le rianimazioni di tutto il paese sono, attualmente, in emergenza totale. I reparti sono completamente saturi e, di conseguenza, i medici devono scegliere tra chi vive e chi muore, come se fosse un gioco da tavolo.
Esemplificativo della gravità di questa emergenza è il tweet di Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, una delle città più colpite dall’epidemia:

Nel contesto attuale, un altro elemento da sottolineare è la gestione improvvisata che, purtroppo, gli operatori si sono trovati a mettere in atto nel giro di pochi giorni: i posti mancano, quindi le persone che sviluppano i sintomi del coronavirus, ma che sono in attesa del tampone, soprattutto all’inizio dell’emergenza, sono stati ricoverati temporaneamente in reparti diversi dalla terapia intensiva, dove non si dispone della strumentazione necessaria per venire a contatto con questi pazienti. Quest’emergenza non riguarda strettamente la pandemia: il personale sanitario si trova già da tempo a dover colmare i vuoti causati da politiche spietate ed aggressive nei confronti di chi, tutti i giorni, lavora duramente per la nostra salute. Il Coronavirus, dal canto suo, si è diffuso velocemente nel territorio italiano: attualmente, l’Italia è prima al mondo per decessi, seconda per contagi: in prima posizione c’è la Cina, paese in cui il virus ha avuto origine.

La reazione istituzionale

A partire da gennaio, sono state varie e diversificate le scelte politiche e sociali che si sono susseguite nel tentativo di arginare l’epidemia in Italia. Inizialmente, i provvedimenti si sono limitati ai controlli sanitari aeroportuali e doganali, seguiti poco dopo dalla limitazione di alcuni collegamenti internazionali conseguente ai primi due casi infetti sul territorio, due turisti cinesi in visita a Roma. Successivamente al primo caso di contagio italiano del 26 Febbraio, le zone coinvolte (in particolare il focolaio del lodigiano ed alcuni comuni della Lombardia e del Veneto) sono state isolate e poste in quarantena. Il 7 Marzo, il Viminale, di concerto con la presidenza del Consiglio, ha emanato un decreto che ha reso la Lombardia e molte province del Veneto e dell’Emilia Romagna “zone rosse”: territori protetti, in cui gli spostamenti interni ed esterni sono stati limitati per ridurre i contagi. Due giorni dopo, il 9 Marzo, è stato pubblicato un ulteriore decreto che ha esteso le misure a tutta l’Italia, rendendo, di fatto, tutto il territorio nazionale un’unica zona rossa. Tutto chiuso tranne le fabbriche, le banche, le poste: luoghi in cui il virus sta continuando a diffondersi. Intanto, all’interno delle istituzioni, nessuno pare intuire che, non chiudendo strutture come queste e favorendo l’esodo quotidiano di migliaia di lavoratori costretti ad esporsi all’infezione, i numeri non miglioreranno. Il 19 Marzo, intanto, si è iniziato a vociferare, fra gli enti di competenza, riguardo una possibile chiusura totale delle scuole fino all’estate, con un conseguente prolungamento ad oltranza della quarantena nazionale.

I supermercati sono presi d’assalto ripetutamente e ciclicamente, in concomitanza all’emissione delle varie ordinanze di contenimento.

Le conseguenze

La grave emergenza in cui riversa il sistema sanitario italiano, come dicevamo sopra, è oggi lampante: i numeri non fanno che confermarla. Tuttavia, è necessario proporre delle riflessioni sulle dimensioni collettive oltre che scientifiche, per anticipare ed osservare i fenomeni di sconvolgimento che si stanno verificando all’interno del tessuto sociale italiano: innumerevoli sono (e saranno) le conseguenze di questa pandemia a livello sociale, sia negative che positive. La forte limitazione dei movimenti ha avuto, come naturale conseguenza, la permanenza obbligatoria delle persone all’interno delle proprie dimore. I gruppi sociali sono ridotti all’osso: il solo rimasto (per quanto riguarda la comunicazione face to face, e non digitale) è quello fondamentale, ovvero il nucleo familiare, unico tipo di assembramento ad oggi consentito. Inoltre, in un periodo difficile come questo, potremmo sostenere che vi sia una riscoperta della collettività, legata strettamente all’emergenza che tutti stiamo vivendo: in ogni città, in ogni provincia italiana, chiunque sta passando del tempo affacciato alla finestra, comunicando con i propri vicini di casa e ricreando un aspetto comunicativo arcaico, legato al passato, che in molti avevano dimenticato. E’ un fenomeno particolare, per nulla scontato, che ha come causa scatenante proprio la mancanza delle dimensioni sociali che si vivono tutti i giorni, una condizione imposta dalla situazione di pandemia mondiale.
Una conseguenza negativa, tuttavia, sarà l’ulteriore e rinvigorito risveglio della coscienza nazionalista: è evidente il riaffiorare di un distorto sentimento patriottico, legato, ad esempio, alle critiche piovute contro l’Unione Europea (accusata di non aver fatto abbastanza) e gli altri stati UE.
D’altro canto, lo stringersi di una comunità attorno a dei simboli è fisiologico, naturale in momenti come questo. Ciò non dovrebbe tuttavia rievocare determinati spettri (come già, nuovamente, spesso accade in Italia) né significare chiusura e astio nei confronti di altri popoli, soprattutto perché si sta combattendo contro un virus, una malattia, che non bada a bandiere o frontiere e procede inesorabile, non facendo distinzioni di età, sesso, nazionalità o situazione economica. Reagire vomitando odio contro qualcuno, in base puramente alla provenienza geografica, è una reazione totalmente fuori contesto, dettata semplicemente dalla debolezza e dalla paura (o dalla strumentalizzazione e dallo sciacallaggio dei personaggi politici di turno, che neanche ora sembrano risparmiarsi).
Ulteriormente, emerge una rinnovata quanto insensata aspirazione all’auto-coercizione ed al controllo: non è difficile scorgere sul web, infatti, post e commenti in cui si chiede alle istituzioni di “schierare l’esercito per le strade, contro chi esce”, in nome della tanto decantata sicurezza. Una richiesta curiosa, se si considerano i 43.000 denunciati degli ultimi giorni per “uscita ingiustificata”, che ben dimostra la fragilità e l’incoerenza del pensiero e delle coscienze italiane in un momento simile.

Andrà tutto bene?

Roma: uno dei flash mob organizzati in questi giorni prevedeva un applauso collettivo dedicato all’operato di medici ed infermieri

Nell’attuale, vi sono innumerevoli proclami all’ottimismo: sacrosanti, ma spesso empi.
Sperare che l’emergenza finisca è ovvio, naturale; sminuire il problema è un’altra questione.
La frase ricorrente è “tutto andrà bene”, ma in un momento di crisi totale come questo, dove si ha molto tempo in cui pensare, è necessaria una riflessione collettiva riguardo determinati valori: il sentimento d’unità che si manifesta in tutto il territorio italiano non deve sfociare all’interno di correnti politiche, quando tutto questo finirà.
Prima che cominciasse tutto, qualche mese fa, la società italiana era pervasa da un cattivismo dilagante, da un sentimento d’odio nei confronti del prossimo. La pandemia sembra aver svuotato quel sentimento, oltre che le piazze. Ma è davvero così?

Mister O
PH: Pio

Solipsia Written by:

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