L’EX ILVA: LA FABBRICA DI MALATTIA E MORTE A TARANTO

La Puglia, notoriamente, è una delle regioni italiane più amate, ricercate e visitate al mondo: i suoi paesaggi, il clima mediterraneo e la calorosa ed accogliente cultura folkloristica sono effettivamente gli elementi che la caratterizzano, rendendola meta ambita per i turisti di tutto il globo. Tuttavia, il tacco dello stivale italiano è sempre più usurato, più fragile e, soprattutto, più inquinato.
Dal periodo industriale in poi, infatti, l’ambiente pugliese ha subito e continua a subire conseguenze e ripercussioni delle attività produttive pesanti: le emissioni di svariate sostanze tossiche nell’atmosfera sono ormai attualmente incalcolabili, mentre il suolo si sta progressivamente tingendo di un macabro nero rossastro e l’aria si trasforma lentamente in veleno.
Ci sono tante ferite in Puglia che continuano a bruciare: ferite sociali, scelte amministrative ed economiche, diventate negli anni vere e proprie crepe, estese su tutto il territorio.
Una di esse, probabilmente la più profonda, colpisce una delle città più belle (e dannate) di questa regione: Taranto. A causa del suo gigantesco impianto siderurgico (attuale Arcelor Mittal), Taranto ha infatti vissuto e sta ancora vivendo uno dei periodi più bui e letteralmente fumosi della sua millenaria storia, che abbiamo deciso di analizzare oggi.

LA NASCITA DEGLI IMPIANTI

L’economia italiana, già alla fine del secondo conflitto mondiale, era caratterizzata da un forte squilibrio tra Nord e Sud. Mentre le grandi città settentrionali sviluppavano ed estendevano la propria economia industriale, il meridione sembrava destinato, già ai tempi, a sorti ben diverse. Mentre la popolazione imparava l’italiano grazie alla tv e lo scoppio del boom economico investiva l’occidente, tra gli anni ’50 e metà degli anni ’70, fu attuata in Italia una politica definita dei poli di sviluppo, ideata proprio per risolvere la questione del sottosviluppo meridionale. Si avviò dunque un vero e proprio processo di industrializzazione del Mezzogiorno, nel tentativo di estendere e favorire il settore terziario sull’intero suolo nazionale. In particolare l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale, ente pubblico nato nel 1933 sotto la direzione fascista), che nel 1960 costituiva uno dei maggiori gruppi dell’industria di Stato (comprendendo la società Finsider che operava nel settore siderurgico), contribuì a fornire grossi investimenti per il Sud Italia: tra questi, spicca proprio l’opera di costruzione in Puglia dell’Italsider di Taranto.

Ph: Maria Rosaria Suma – Luci nella notte

Il territorio pugliese, dunque, alla sue storiche distese di ulivi vide affiancarsi i nuovi impianti industriali ed elettrici.

IN ORIGINE ERA ITALSIDER

Nel 1965, a Taranto, venne inaugurato pubblicamente il più grande stabilimento di ferro ed acciaio europeo. Il presidente della Repubblica dell’epoca, Giuseppe Saragat, il 10 aprile del ’65 fece una visita ufficiale al IV centro siderurgico dell’Italsider, partecipando ai discorsi dei rappresentanti IRI, tra cui il noto Giuseppe Petrilli, esponente della DC. L’opinione pubblica ed i media tradizionali si concentrarono massivamente sull’evento e Taranto, da quel giorno in poi, diventò simbolo di progresso economico nel meridione, un esempio efficiente per una politica dei poli.

La localizzazione geografica non fu casuale, la provincia fu infatti scelta per alcuni requisiti favorevoli all’industria dell’acciaio: la presenza di vaste aree pianeggianti, la vicinanza al mare e l’alta disponibilità di calcare. Il colosso, infatti, fu progettato a ridosso del quartiere Tamburi, costeggiato dal Mar Ionio. La presenza di un porto vicino era strategica per l’importazione di ingenti quantità di minerale di ferro e di carbone, depositate successivamente in grandi parchi di stoccaggio a cielo aperto, in attesa di utilizzo. Unite al calcare ricavato dalle cave locali, queste materie prime sono infatti fondamentali per il processo di produzione. Il primo altoforno (la tipologia di impianto utilizzato dall’industria siderurgica), fu attivato già nel 1964. L’anno successivo, anno della pubblica apertura, ne fu inaugurato un secondo, fino ad arrivare, con il passare del tempo, all’utilizzo costante di quattro altiforni.

La produzione, tuttavia, generò un’alterazione negativa sull’ambiente di Taranto, imputabile ad ogni fase della lavorazione.

Questi impianti consentono infatti l’agglomerazione di minerale di ferro, calcare e carbone coke (tipo di carbone trattato ad alta temperatura e più resistente). Negli altiforni, in seguito, si produce la ghisa: una lega di ferro, che a sua volta, viene impiegata e fusa nei convertitori per essere trasformata in acciaio. L’importazione e lo stoccaggio dei minerali di ferro e carbone nei parchi-deposito aperti, ad esempio, causano l’espandersi ed il diffondersi nell’aria delle polveri rosse, trasportate fatalmente in tutta la zona circostante dal vento, causando la costante presenza di nubi scarlatte sulla città.
Nella fase di lavorazione del carbone coke, invece, si formano ulteriori sostanze inquinanti, tra cui le famose diossine.
Le emissioni sono inoltre alimentate ed intensificate dalla lavorazione della ghisa negli altiforni e, ulteriormente, dalla produzione dell’acciaio in sé, responsabile dei fumi, di ulteriore polvere e soprattutto di una scoria solida. Un mix di veleni che permea quotidianamente l’intera provincia.
Dagli anni ’90 fu addirittura la stessa Taranto a doversi modellare, negli spazi e nella vita sociale, in base alla crescita ed espansione dell’impianto. L’industria scandiva ormai il tempo della quotidianità, trasformando una bellissima città prevalentemente agricola ed artigiana in un cantiere a cielo aperto. 

In pochi, specialmente alle origini, consideravano che, oltre all’acciaio, a Taranto si stesse iniziando a produrre veleno. Il IV polo dell’Italsider, al contrario, divenne in poco tempo uno dei serbatoi economici più redditizi dello Stato, in pieno boom economico, soprattuto per la vendita d’acciaio. Gli indicatori di reddito dell’industria, del commercio, del credito, delle assicurazioni, dei trasporti e dei servizi passarono infatti dai 34.663 milioni di lire del 1951 ai 355.800 milioni del 1971.

Archivio banca d’Italia, La politica dei poli di sviluppo nel Mezzogiorno. Elementi per una prospettiva storica

Taranto, l’antichissima città della Magna Grecia, una delle più importanti della storia antica, fu presto vittima dell’illusione del profitto capitalista ed industriale, ormai avvinghiata al suo territorio. Il deterioramento sull’ambiente ed, in particolare, le devastanti conseguenze sulla salute non furono minimamente considerate dalla rete istituzionale a guida dell’Italsider, né tantomeno dagli appalti e subappalti manovrati dagli apparati statali e, ovviamente, dalla mafia. Come scrisse Ornella Bellucci -giornalista e documentarista italiana – “la dilatazione degli appalti e di un indotto parassitario” ha funto da “brodo di coltura dell’inferno degli anni ottanta, della connivenza tra mafia e politica, delle guerre di mala, dell’implosione del sistema delle partecipazioni statali”. (“Il mare che non c’è. Come un’industria può divorare una città”, a cura di C. Raimo, 2007)

L’industria era infatti eretta sul lavoro irregolare, le condizioni lavorative non erano garantite da alcun tipo di controllo efficiente, specialmente in termini di sicurezza. La popolazione locale, tuttavia, non riuscì ad ignorare per molto le ripercussioni negative che il polo iniziava ad avere sulla città: le vittime sul lavoro aumentavano, il cielo divenne perennemente rosso e le polveri arrivarono sui banchi di scuola. Il tasso d’infortuni, fra cui molti di natura mortale, nel 1970 s’impennò a 1.694 ogni 1.000 operai. (Z. Iafrate, Omicidi bianchi: il primato Italsider, “Rassegna Sindacale”, n. 228, 1972)

1995, LA PRIVATIZZAZIONE

Agli inizi degli anni ’90 furono avviati in Italia una serie di processi di privatizzazione in vari settori e servizi, che modificarono la natura societaria delle aziende statali. Italsider non fu da meno, passando nel 1995 al gruppo Riva e prendendo il nome di ILVA.

I Riva avevano il compito di rilanciare l’industria siderurgica colpita dalla crisi economica, ma proprio in quegli anni iniziò ad insorgere nel dibattito pubblico l’impatto ambientale del polo, soprattutto la questione dell’alto tasso di mortalità causato dall’inquinamento in città. Il colosso industriale, in tutta risposta, fornì incentivi per gli straordinari, promettendo e realizzando ulteriori assunzioni, ma allo stesso tempo costruì un reparto-confino per i dipendenti recalcitranti all’interno della Palazzina Laf. Nel 1997: 79 dipendenti che non avevano accettato di essere demansionati da impiegati a operai vennero reclusi nella struttura.

La chiusura dell’industria, tuttavia, non è mai stata contemplata in alcuna agenda politica, nonostante le proteste siano progressivamente aumentate negli anni. L’ex Italsider, dalla sua fondazione, ha prodotto un effetto depressivo sull’economia locale. La crescita della produzione d’acciaio ha oscurato lo sviluppo di negozi, industrie più piccole ed artigiani, che non hanno più potuto competere nel mercato di Taranto.

IL SEQUESTRO

I governi cambiano, ma alcune ferite restano.
Nel 2012 le istituzioni locali decisero finalmente di agire contro il colosso che, ormai da decenni, produceva acciaio al costo di morte e veleni. La magistratura tarantina dispose il sequestro dell’acciaieria per “gravi violazioni ambientali”. Vennero depositate presso la procura di Taranto ben due perizie: una chimica e l’altra epidemiologica, finalizzate e dimostrare trasversalmente gli effetti cronici nella salute della popolazione causati dall’emissione di particelle inquinanti.
I periti, in particolare, calcolarono e previdero la morte di 11.550 persone nei successivi sette anni, provocata direttamente dalle emissioni, in gran parte per cause cardiovascolari e respiratorie.
Il maxi-processo iniziò nel 2013 e l’ordinanza coinvolse soprattutto i vertici aziendali del gruppo Riva, ritenuti responsabili di aver continuato l’attività senza tener conto delle ripercussioni sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. Tra le accuse figurarono l’impatto ambientale colposo e doloso, l’avvelenamento di sostanze alimentari, la preterizione contro gli infortuni sul lavoro, il deterioramento aggravato di beni pubblici, lo sversamento di sostanze pericolose e l’inquinamento atmosferico. Ad essere imputata non fu esclusivamente la famiglia Riva, ma anche l’intera rete istituzionale del territorio (dai comuni alla provincia, fino alla regione stessa) ed alcuni imprenditori locali, che hanno concorso nell’omettere e/o distorcere la verità sugli effetti dell’inquinamento nella città di Taranto.
Tra l’elenco di nomi coinvolti appare proprio quello di Nichi Vendola, che dal 2005 al 2015 è stato presidente della Regione Puglia. Dalle indagini, infatti, emersero varie intercettazioni compromettenti tra il presidente, il gruppo Riva ed il dirigente regionale dell’ARPA (l’agenzia di protezione ambientale). Nel 2010 l’agenzia ARPA, durante un vertice con i Riva e la regione, evidenziò in un primo momento i rilevamenti sulle emissioni nocive procurate dall’ILVA, proponendo un necessario cambiamento di produzione per il polo. Questi studi, tuttavia, furono seppelliti dalla durevole relazione fra la regione e l’azienda, oltre che da ripetuti ricatti istituzionali e/o mirati ad interessi economici, che portarono lo stesso presidente dell’ARPA ad abiurare in tronco i dati allarmanti sull’ambiente e sulla salute dei cittadini di Taranto.

Nonostante questo polverone, il governo Monti decise di mantenere attiva la produzione ed emise  persino un decreto che autorizzava lo svolgimento delle attività, promettendo per il futuro più controlli per lo stabilimento siderurgico. La procedura portata avanti dalla magistratura di Taranto fu quindi annullata dalla Corte di cassazione, nonostante la scoperta del 2013 del paradiso fiscale dei Riva in Svizzera ed il successivo sequestro di 1,2 miliardi di euro nascosti.

La fabbrica di malattie e morte, quindi, proseguì inalterata nella sua produzione. Tuttavia, dopo lo scandalo, vennero stabiliti una serie di decreti ambientali per ILVA. Il governo decise infatti di commissariare l’azienda, creando di fatto un nuovo vertice amministrativo e nominando, per l’appunto, tre commissari: Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi.

 

La stessa fabbrica, un tempo considerata punta di diamante dell’economia italiana, era ora un macigno difficile da trasportare, caratterizzato da decisioni passate, statali ed economiche, dimostrate negli anni dannose per la popolazione di Taranto. Difatti, i nuovo delegati cercarono fin da subito un nuovo acquirente per il colosso, con il fine di affidare e rimbalzare, ancora una volta, la responsabilità dell’industria nelle mani di multinazionali private.

L’ILVA MESSA AL BANDO

Arriviamo ai giorni nostri. Nel 2016 viene indetto un bando di vendita per l’intero complesso industriale tarantino, vinto dalla multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal. Il gigante economico dichiara quindi di voler rilanciare e bonificare l’industria. Nel 2018, di conseguenza, lo Stato delega ufficialmente l’ex Ilva ad Arcelor Mittal, garantendo agli acquirenti uno scudo penale durante le operazioni di bonifica: una garanzia di immunità penale, per i danni del passato derivanti dall’inquinamento.
Intanto, dopo anni di evidenze e studi sull’elevato tasso di mortalità a Taranto, nel 2019 viene pubblicato il quinto rapporto Sentieri (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) che evidenzia ulteriormente lo stato di criticità vissuto dalla città.
Secondi i dati raccolti dai ricercatori nell’arco di tempo 2006 – 2013, nella zona SIN di Taranto (l’area, delimitata dallo stato italiano stesso, che necessita maggiormente di interventi di bonifica per evitare danni ambientali e sanitari) la mortalità generale è in eccesso: citando il rapporto “è stato rilevato un eccesso globale di 5.267 e 6.725 morti, rispettivamente nella popolazione maschile e femminile”. Nel rapporto viene valutato anche lo stato di salute di bambini, adolescenti e giovani adulti: “Nella fascia d’età compresa tra 0 e 24 anni sono stati diagnosticati 666 nuovi casi, pari ad un eccesso del 9%, prevalentemente dovuti a sarcomi dei tessuti molli nei bambini, leucemie mieloidi acute nei bambini e nei giovani adulti, linfomi non Hodgkin e tumori del testicolo in giovani adulti.”

 

WIND DAYS

A Taranto, quando il vento soffia da Nord-Ovest oltre determinati limiti di velocità, solleva enormi nubi di polveri provenienti dal polo industriale, che ricadono (principalmente, ma non solo) sulla vicina zona Tamburi. I Wind Days, in italiano “giorni del vento”, sono dunque eventi tanto inquietanti quanto frequenti nella città, ed hanno gravi ripercussioni sulla vita dei cittadini del quartiere. In base al vento, gli abitanti di Taranto rimangono periodicamente segregati in casa, i negozi non aprono e persino le scuole del posto, nei giorni indicati, vengono chiuse, nel disperato (quanto vano) tentativo di impedire alla popolazione di respirare le polveri. L’ARPA si occupa di fornire le previsioni sul fenomeno, preparando la popolazione e l’amministrazione comunale ad affrontare il drammatico coprifuoco dei giorni di vento. E’ un problema noto da anni e svariate sono le barriere palliative costruite in passato per separare la città dall’industria, che di fatto non hanno mai prodotto alcun effetto.

Nel frattempo, nel 2018 l’Arcerol Mittal offre un piano di investimenti per gestire l’azienda siderurgica, dando il via ai nuovi lavori tutelati dall’accordo con lo Stato. Tuttavia, il caso Ilva continua ad essere perennemente oggetto del dibattito politico, che sempre più spesso vede utilizzata e strumentalizzata la questione ambientale, sanitaria ed occupazionale di Taranto dalle varie parti contendenti. In particolare, diventa una causa portata avanti durante la campagna elettorale del Movimento 5 stelle.
Infatti, solamente un anno dopo l’accordo con la multinazionale, il 23 ottobre 2019, 168 senatori votano per eliminare lo scudo penale concesso, sotto iniziativa dell’ex ministra per il Sud Barbara Lezzi. L’esito della votazione, risultato favorevole, dà il via ad una reazione a catena. L’Arcelor Mittal dichiara, dopo l’annullamento dello scudo, di voler disdire il contratto e chiudere l’azienda, oramai svalutata nel mercato. Intanto, Taranto vive e subisce un ennesimo ricatto.
Il governo Conte inizia, di conseguenza, una serie di trattative, che però non riescono a fornire una soluzione coerente ed efficace, anche a causa della divisione interna creatasi in parlamento sulla questione.
E’ solo la prima fase di una serie di incontri tra la multinazionale e lo Stato italiano: il governo palesa l’intenzione di voler affiancare aziende pubbliche alla gestione privata dell’Ex Ilva, ritornando sui passi presi dalle politiche precedenti. Lo Stato promette inoltre di migliorare il progetto, rendendolo più sostenibile ed offrendo agli attuali operai a rischio nuove occupazioni lavorative in vari settori, con l’intento di placare, almeno temporaneamente, la protesta dei sindacati e le preoccupazioni della popolazione.
Ciò nonostante, l’ArcelorMittal preannuncia 4.700 esuberi futuri, esplicitando la volontà di lasciare il polo siderurgico. Il 13 novembre si avvia dunque la procedura di spegnimento dell’Altoforno2, già sequestrato e dissequestrato in passato per vari incidenti, tra cui la morte di Alessandro Morricella nel 2015, avvenuta mentre ne misurava la temperatura del foro di colata. L’ordine di esecuzione per lo spegnimento è stato firmato dal giudice del Tribunale di Taranto, Francesco Maccagnano, che ha anche respinto ulteriori proposte di proroga dei commissari di ILVA in Amministrazione straordinaria, che intanto si stanno mobilitando per fare ricorso al Tribunale del Riesame.

Ancora una volta, la vita di Taranto dipende da intrecci economici e politici. La promessa del mercato italiano degli anni ’60 è diventata, a tutti gli effetti, una trappola mortale per la provincia.
Quale sarà il futuro per la storica capitale della Magna Grecia?

McMay
Ph: LaCirasa

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