Freddie Mercury e Rami Malek: due storie di cui abbiamo urgentemente bisogno

«Abbiamo girato un film su un uomo gay, un immigrato, che ha vissuto la sua vita in modo sfrontato, senza pentirsi di nulla. Il fatto che io stia celebrando lui e la sua esistenza con voi stasera dimostra che abbiamo bisogno di storie come questa».

Con queste parole, Rami Malek esordisce nel suo discorso di ringraziamento, dopo la vittoria dell’oscar come miglior attore per l’interpretazione di Freddie Mercury nel film Bohemian Rhapsody (2018).

Chi è Rami Malek?

Rami Malek è un attore statunitense, nato a Los Angeles il 12 maggio 1981 da una famiglia di origini egiziane. Come sottolineato all’interno del suo discorso è anch’egli, come Mercury, figlio di immigrati:

«Mio padre era egiziano. Sono un americano di seconda generazione e parte della mia storia la sto scrivendo ora». 

È probabilmente proprio questo destino comune ciò che lega la vita di Malek a quella di Freddie: un fattore che ha consentito all’attore statunitense di entrare nella parte più intima del cantante, quella parte spesso non raccontata, ma senza la quale è inimmaginabile capire la grandezza del suo talento e della sua personalità.

Freddie Mercury e Rami Malek
Il film, diretto da Bryan Singer, ripercorre le tappe salienti della band londinese (fino al celeberrimo Live Aid del 1985), senza tralasciare la vita sentimentale di Freddie e la sua relazione con Mary Austin.

Di Freddie Mercury si è parlato, scritto e raccontato tantissimo: la sua giacca gialla, il microfono a mezz’asta, la sua bisessualità, i suoi outfit stravaganti e la sua voce straordinaria.
Probabilmente, però, in pochi, almeno prima della visione di Bohemian Rhapsody, conoscevano realmente la sua storia.

Freddie Mercury altro non è, infatti, che lo pseudonimo scelto da Farrokh Bulsara, nato il 5 settembre 1946 a Stone Town, nella parte vecchia dell’isola di Zanzibar, in Tanzania.
Freddie-Farrokh proveniva da un contesto molto particolare: i suoi genitori, appartenenti all’etnia parsi e di religione zoroastriana, migrarono a Zanzibar a causa del lavoro del padre, segretario del consolato britannico. La famiglia si spostò poi a Mumbai ed infine a Londra.

Farrokh, quindi, prima di diventare Freddie Mercury, era innanzitutto un bambino che aveva passato la sua infanzia tra Zanzibar e Mumbai e, successivamente, un adolescente immigrato a Londra con la sua famiglia.

Un adolescente che, per pagarsi gli studi, lavorava nell’aeroporto di Heathrow.

Fin da piccolo è stato un outsider: prima un indiano in Africa, poi un parto in India ed infine un immigrato asiatico in Inghilterra.
Proprio per non far notare la sua provenienza straniera, in una società ancora chiusa e caratterizzata da idee non propriamente progressiste, decise di scegliere uno pseudonimo anglosassone. I Queen, infatti, furono fondati solamente due anni dopo il celebre discorso del 20 aprile 1968 di Enoch Powell (ex politico britannico del Conservative Party), intitolato Rivers of Blood, tenutosi durante una riunione del Conservative Political Centre.

Attraverso questo discorso, Enoch Paul rendeva chiara la sua posizione contraria all’immigrazione delle ex colonie dell’impero britannico.

 

«La legislazione proposta nel Race Relations Bill è esattamente il nutrimento di cui questi elementi pericolosi e divisivi hanno bisogno per prosperare. Qui ci sono i mezzi per mostrare alle comunità immigrate che possono organizzarsi per rendere più forti i loro membri, promuovere agitazioni e campagne contro i loro concittadini, e sottomettere e dominare gli altri con le armi legali che hanno fornito loro gli ignoranti e i male informati. Quando guardo davanti a me, io mi riempio di cattivi presagi; come il Romano, mi sembra di vedere “il fiume Tevere schiumante di molto sangue”»

Enoch Paul

Sebbene a causa di questo discorso Edward Heath (leader del partito Conservatore) rimosse Paul dal partito, un sondaggio effettuato dopo il suo discorso rivelò che ben il 74% degli inglesi condividevano la sua posizione. Nelle successive elezioni del 1979, il Fronte Nazionale Britannico (partito di estrema destra) raccolse oltre 200mila voti.
È chiaro dunque che, in una società in cui il razzismo era così intenso, essere percepito come “uno straniero” rappresentava chiaramente uno svantaggio. Probabilmente, è proprio a partire da questa constatazione che Freddie scelse di chiamare la propria band Queen, sottolineando la sua volontà di assumere un’identità spiccatamente britannica.

Freddie Mercury e il chitarrista dei Queen, Brian May, in concerto al Wembley Stadium, Luglio 1986 (Foto di Dave Hogan/Getty Images)

Freddie Mercury si ammalò e morì il 24 novembre 1991 per le conseguenze dell’AIDS, malattia che scelse di tenere per sé fino al giorno prima della sua scomparsa.

A causa del suo stile di vita dissoluto, la malattia fu interpretata come qualcosa di inevitabile.
Agli inizi degli anni ’90 circolava (e circola, purtroppo, tutt’oggi) la convinzione che l’HIV potesse essere contratta solo da uomini gay e che fosse la naturale conseguenza di uno stile di vita dedito al piacere ed al vizio. Quest’idea era apparentemente confermata dalla teoria (falsa) del Paziente zero, che collegava la diffusione dell’AIDS a Gaëtan Dugas: un assistente di volo che venne ingiustamente accusato di aver portato la malattia negli Stati Uniti.

Farrokh Bulsara, oltre ad essere sempre stato un outsider, è stato soprattutto un uomo libero.
Un uomo che ha vissuto la sua vita al di là dei pregiudizi e degli stereotipi, emergendo costantemente da ciò che la società considerava “giusto”, non sentendo mai il bisogno di spiegare e giustificare le proprie scelte di vita.

È proprio in questo, nel suo coraggio di essere pienamente se stesso e pienamente libero, che risiede la sua grandezza.

Oggi, in un mondo dove la destra si sta imponendo sempre più prepotentemente nella scena politica internazionale e dove le politiche anti-accoglienza sono all’ordine del giorno, come sottolineato da Rami Malek nel suo discorso, abbiamo bisogno di storie come questa.

Abbiamo bisogno di storie come questa per riuscire a guardare oltre quel muro di pregiudizi che ci stanno costruendo intorno, per riuscire a guardare al di là dei confini imposti dall’uomo e per superare, con coraggio, le difficoltà che un ambiente nuovo ci pone davanti.

Abbiamo bisogno di storie come questa per levarci di dosso gli stereotipi che popolano rumorosamente la nostra mente.

Abbiamo bisogno di storie come questa per convincerci del fatto che il nostro destino non è già scritto, che non apparteniamo ad un luogo o ad una cultura definitivamente, ma che abbiamo costantemente la possibilità di scegliere e conseguire la nostra personale felicità.

Freddie e con lui anche Rami sono riusciti a scavalcare le barriere mentali grazie al loro talento. Ma a questo punto è lecito chiedersi: è necessario raggiungere una fama internazionale per eliminare i pregiudizi e gli stereotipi che torturano la nostra mente? È necessario il successo per riuscire a vedere, nell’altro, un altro meÈ necessario che un uomo raggiunga una notorietà internazionale per fa sì che possa, liberamente, scrivere la propria storia?

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