Ossigeno

Quando partii ricordo che avevo l’acqua fin sopra la testa, il mare come al solito era in tempesta, mia madre lì immobile a guardarmi all’orizzonte, trasportato dalle onde.
Se guardavo in alto vedevo una forte luce, quindi chiudevo gli occhi e mi immaginavo con i piedi sulla terra ferma. Tutto così lento, così sicuro.
Con il tempo mi abituai, in apnea con mostri marini nascosti nelle viscere del mare. Ricordo che quando urlavo non emettevo alcun tipo di suono, allora riprovavo, ancora e ancora, ma niente. Nessuno poteva sentire quello che avevo dentro. E di gente, li giù, in quella specie di limbo tra una realtà esterna spaventosa, radiosa ed accecante ed un fondale confortevole e sprofondante, ce n’era molta.
Io però stavo da solo, impaurito dal fatto che potessero rubare il mio ossigeno, quello che avevo dentro, nascosto da qualche parte, conscio che al tempo giusto, chissà, sarebbe potuto servire.
Quando mi guardavo intorno e vedevo chi mi circondava mi chiedevo se anch’io fossi così. Ormai anche la loro pelle era cambiata, del tutto raggrinzita. Le onde iniziarono piano piano a cullarmi sempre più. Quelle maledette onde che mi facevano ingurgitare a boccate quintali di sale che mi ardeva l’interno ormai lacerato, ma che al tempo stesso mi dissetavano e mi davano da vivere.

 

 

 

Svario

(Artwork: Svario)

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