LETTERE A SOLIPSIA: “SVEGLIARSI”

Riceviamo e pubblichiamo:

“Svegliarsi.

L’amaro del buongiorno, l’ennesimo pugno in un occhio stanco. Il catrame del giorno precedente ancora non va via, ma ho bisogno di altro.

La realtà non mi rappresenta, non rappresento la realtà, rappresento il mio povero io sommerso da pensieri del substrato di disordine appoggiato all’estremità dell’angolo cupo dei sogni di questa notte. Non ne ricordo uno nitidamente, eppure non vanno via.

Non vai via, non sei mio.

Se solo ci fosse una consolazione per quelli come noi. Non la notte, non l’amore, tantomeno la morte, amante indiscreta, sacerdozio del perenne vuoto, angosciosa speranza e timorosa sposa notturna. Se le ombre scure del giorno morente portano con sé, cosparse di stelle, i miseri rimproveri fasulli delle impercettibili caduche stanchezze neuronali, il nuovo dì non fa altro che cibarle, spostandole da un lato a un altro, prima che un altro giorno scada.

Sei sveglio, eppure non un dito di questo marcio corpo ti appartiene per intero. L’unica domanda è – hai bevuto abbastanza? –

Beh, non credo.”

 

Pelle

(ph: LaCirasa)

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